Moncalieri, 27 settembre 2022

Cambiare tutto per non cambiare niente

Qualche sera fa ascoltavo Marco Travaglio che affermava che in realtà le elezioni politiche non avrebbero cambiato niente e che il blocco affaristico che ha guidato l’Italia negli ultimi decenni si sarebbe ripresentato compatto, persino con gli stessi volti, magari riciclatisi da un partito ad un altro. A giudicare dalle prime indiscrezioni sui papabili al governo questa analisi è pienamente corretta: i nomi dei “nuovi” ministri che circolano in questo momento sono più o meno gli stessi che abbiamo visti riciclati in vari governi, di coalizione o politici che essi fossero.

Da questo punto di vista il nuovo governo non dovrebbe rappresentare particolari salti nel buio, rispetto ai governi precedenti. Resta certo l’incognita dovuta al fatto che il maggior partito della coalizione vincente è erede di un passato non certo limpido. Non credo che questo porti a strette sulle libertà individuali evidenti e pressanti, anche perché i mezzi per manipolare l’opinione pubblica oggi sono molto più sofisticati ed indiretti; ma quello che voglio fare in questo mio scritto è riprendere un argomento trattato molti anni fa nell’articolo Crisi economica e democrazia del 19 aprile 2014. In quell’articolo, che vi invito ad andare a rileggere, sostenevo che i meccanismi del consenso su cui è basata il nostro sistema entrano in crisi nei momenti di difficoltà economica e da questo deriva la ricerca da parte del popolo dell’uomo forte, che dovrebbe risolvere in maniera semplice e comoda tutti i problemi.

Credo che quando affermavo allora risulta evidente dai fatti che si sono susseguiti dopo quello scritto. Di volta in volta l’attenzione dell’elettorato si è concentrato su un personaggio che appariva l’uomo della provvidenza, in grado di evitare alla popolazione i sacrifici richiesti dal momento; Renzi, Grillo, Salvini ne sono gli esempi. Tutti e tre i personaggi che ho citato hanno raggiunto un massimo di consenso di breve durata, poiché ad un certo punto si sono scontrati con la realtà dei fatti da affrontare, compresa la situazione partitica italiana.

Il successo, per molti versi anomalo, della Meloni e del partito da lei guidato, FdI, ha avuto origine da circostanze diverse, ma mi vorrei concentrare solo su una di esse, che appunto stava alla base dell’articolo citato prima: in tempi di difficoltà economica, ed aggiungo sociale, l’ottenimento del consenso della popolazione è molto difficile, direi quasi impossibile con l’attuale sistema. Partecipare alla gestione della Cosa Pubblica diventa penalizzante per chi esercita il potere momentaneo e, di conseguenza, favorisce l’opposizione; la Meloni ha avuto buon gioco, essendo praticamente l’unico partito all’opposizione, per ottenere un grande consenso. Questo consenso non è stato ottenuto utilizzando argomenti coerenti fra di loro e spesso in molti campi ha cambiato la posizione di volta in volta; ma non importa, la sua opposizione ha ottenuto lo scopo. In questo noto delle somiglianze con il movimento 5* delle origini, che accoglieva le proteste di ogni genere, anche se non congruenti fra di loro.

Fra poco ci sarà la formazione del governo, presumibilmente con Giorgia Meloni come presidente del consiglio dei ministri e si dovrà passare dalle dichiarazioni in campagna elettorale alla concretezza della gestione del paese. Mi pare che il comportamento del presidente del consiglio in pectore sia mutato subito prima delle elezioni; è anche curioso il comportamento dopo l’avvenuta vincita elettorale, con la Meloni che non ha esultato più di tanto e che addirittura non si è presentata di persona alla conferenza stampa. La mia impressione sul personaggio è che si tratti di politica molto accorta ed intelligente: che si renda conto di quello che l’aspetta, fra gestire i rapporti interni all’alleanza e tenere sotto controllo il momento estremamente difficile del paese? E se anche lei si servisse di Draghi come tecnico, che so come sottosegretario alla presidenza del consiglio?

Vorrei concludere brevemente con due considerazioni finali:

Ho sintetizzato al massimo, il mio pensiero in questo scritto, anche perché le cose che avrei dovuto aggiungere sono già presenti in molti miei articoli precedenti. La mia conclusione è contenuta nel titolo Cambiare tutto per non cambiare niente, come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo": se, da una parte, non vedo grossi pericoli immediati per le nostre libertà individuali, dall’altra purtroppo la nostra situazione economica e sociale è destinata a peggiorare, in assenza di un salto di qualità della nostra politica.

Pietro Immordino



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