Moncalieri, 15/12/2006

In margine al decreto Turco 3.

I fautori del proibizionismo generalmente dichiarano che tale sistema è indispensabile per combattere la diffusione delle droghe, cioè che attraverso la pura e semplice penalizzazione del traffico e del consumo delle droghe si può diminuire, o impedire che aumenti, il numero dei consumatori di droghe. Esaminiamo quali fondamenti abbia quest’affermazione.

Ho già parlato del proibizionismo relativo all’alcool negli Stati Uniti e del suo fallimento. Ma stranamente di quel fenomeno si discute poco quando si affronta il problema droghe. Il proibizionismo non diminuì per nulla il numero degli alcolizzati, e di questo forse sarebbe meglio tenere conto quando si sostiene la tesi che leggi più severe per spacciatori e/o consumatori sono utili per contenere il fenomeno. D’altronde non credo che in nessuna parte della terra l’applicazione di pene più severe (in alcuni paesi è prevista la pena di morte per i trafficanti) abbia fatto diminuire il consumo di droghe.

Come per qualsiasi prodotto di largo consumo, anche per le droghe esiste una catena di produzione, distribuzione e vendita; tutti gli individui collocati in questa catena traggono un vantaggio diretto dalla vendita delle droghe.

In realtà ci sono molti più individui che traggono un utile indiretto dalle droghe: commercianti e professionisti che intrattengono rapporti con narcotrafficanti, maestranze di ditte a loro legate, ecc.; ma di questo al momento non voglio parlare.

E come per qualsiasi altro prodotto alla fine è l’acquisizione di un alto numero di consumatori che è interesse vitale di tutta la catena, attraverso un’opera di convincimento, promozione ed anche, nel caso delle droghe, d’obbligo al consumo, persino con la violenza.

E’ stato messo in piedi così un gigantesco meccanismo infernale, teso a spingere sempre più individui in ogni parte del mondo verso il consumo di droghe. L’ultimo, ed il più palese, anello di questo meccanismo è il "pusher", il trafficante a contatto con i consumatori; spesso i pusher più motivati e "capaci" sono gli stessi consumatori, che dallo spaccio traggono i profitti per i loro propri acquisti.

Quindi certamente il proibizionismo è causa della proliferazione di individui fortemente motivati, dall’interesse economico o dal bisogno, all’acquisizione di nuovi "clienti", e cioè all’aumento del numero dei drogati.

La tesi dei proibizionisti è che attraverso la minaccia di pene severe si possa interrompere o mettere in crisi il meccanismo prima descritto.

Ho già detto prima che questo sistema non ha dato frutti concreti in nessuna parte nel mondo e in nessun’epoca (proibizionismo dell’alcool negli S.U.), ma vediamone alcune delle ragioni.

Anche a qualcuno se può sembrare paradossale, il "frutto proibito" diventa frutto dei desideri per alcuni individui, ed il famoso pomo di Adamo della Bibbia dovrebbe essere in tal senso un buon esempio. Ma anche questo è un argomento troppo complesso perché io lo possa trattare in questi miei brevi appunti.

Una legge è efficace quando la paura della pena induce a rispettarla. Almeno nel caso del consumatore-spacciatore questo non può essere vero, poiché è universalmente noto che, almeno nei consumatori più incalliti, il bisogno di assumere droghe è talmente impellente da spingerli a qualsiasi azione che serva a procurare loro la droga di cui sentono il bisogno. Individui che prima di essere entrati nel tunnel della droga erano incapaci di commettere illegalità divengono in seguito violenti, rapinatori ed anche assassini, oltre che spacciatori.

D’altra parte, la presenza di individui dediti ad atti illeciti è una costante di tutte le nostre società. Non voglio certo qui affrontare il problema dei motivi dell’esistenza della devianza e se essa sia un fenomeno indotto o connaturato all’uomo; anche quest’argomento è troppo complesso e, tutto sommato, inutile ai fini di constatazioni realistiche sull’argomento in oggetto.

Il motivo principale dell’atto delittuoso è l’utile che chi lo commette ricava dall’atto stesso, commisurato agli sforzi necessari per eseguire l’atto. In altre parole, il "business" illegale, in maniera analoga a quello legale, persegue l’obiettivo del massimo guadagno con il minimo sforzo. Il delinquente, quindi, s’indirizza verso gli atti delittuosi che gli procurano alti guadagni in tempi brevi e senza la necessità di grandi fatiche. Inoltre egli è disponibile a rischi tanto più alti quanto più alti sono i guadagni che ne conseguono.

I proventi finanziari del traffico delle droghe sono enormi, e conseguibili in maniera relativamente semplice e con immediatezza. Un carico di pochi chili di droga pesante ha un enorme valore commerciale e la sua distribuzione al dettaglio non presenta particolari difficoltà. Le droghe sono, infatti, prodotti di alto valore specifico; muovere grandi capitali comporta lo spostamento fisico di relativamente piccole quantità di droghe, facili quindi da trasportare, da trasferire, da occultare. Che la paura della pena possa bloccare i trafficanti è, a mio parere, una pia illusione, visti gli alti guadagni e la facilità del business delle droghe. A tal proposito è utile notare che gli spacciatori commettono omicidi e rischiano di essere assassinati per perseguire i loro obiettivi ed è quindi improbabile che individui di tal fatta si facciano dissuadere dal rischio di pene detentive. Inoltre, il delinquente ha spesso la presunzione di farla franca.

Alla base della richiesta del proibizionismo vi sono dunque, a mio parere, delle considerazioni etiche teoriche o religiose, che pongono come corollario a tutti i ragionamenti una forte ripulsa morale dell’uso delle droghe e la convinzione (o speranza?) che la criminalizzazione del fenomeno abbia anche un valore anche di carattere etico, tale da far presa su una larga parte della popolazione.

Occorre certo tenere conto di queste posizioni; l’obiezione che io muovo è che, se si destinasse anche solo una parte degli enormi sforzi fatti per contenere l’uso delle droghe attraverso il proibizionismo alla persuasione ed al recupero, togliendo nello stesso tempo l’incentivo economico ai trafficanti, si potrebbero ottenere risultati di gran lunga migliori. Una forte spinta in tal senso verrebbe certamente dall’assenza di individui interessati ad aumentare il consumo delle droghe.

Non bisogna dimenticare, in questo contesto, che la delinquenza indotta dalla necessità di molti drogati di procurarsi il denaro per ottenere le droghe di cui sentono il bisogno è uno dei maggiori problemi che riguardano i cittadini. Gran parte dell’insicurezza delle nostre città è dovuta ai reati conseguenti, che sono la maggiore causa di allarme dell’opinione pubblica e, come già detto, tali reati, spesso definiti "minori", consistono in furti, rapine, violenze e persino omicidi.

In conclusione occorre, a mio parere, creare canali alternativi attraverso cui gli individui dediti alle droghe possano rifornirsi, senza foraggiare la criminalità e senza dovere essere costretti a diventare criminale essi stessi. Quest’azione dovrebbe essere accompagnata a notevoli sforzi volti alla dissuasione dall’uso delle droghe, e a questi sforzi si potrebbe destinare una parte delle energie oggi utilizzate per la repressione.

Non penso alla pura e semplice "liberalizzazione", parola usata spesso dai fautori dello status quo, ma ad una regolarizzazione di cui non posso certo io avere chiari i contorni completi. D’altronde ricordo nel nostro paese non è liberalizzato neppure l’uso di un antibiotico, per l’uso del quale occorre il permesso di un medico.

Non credo per niente, pertanto, di avere dato una soluzione al problema, quello che mi preme è che se ne cominci a discutere in breve tempo, partendo da considerazioni, in parte da me prima esposte, di carattere pratico e nell’interesse effettivo di tutti i cittadini, compresi i "drogati", che sono certamente cittadini anch’essi.

Vorrei avere a questa mia nota la replica di un proibizionista, per aprire un confronto, che penso sarebbe fruttuoso.

Pietro Immordino

 

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