Moncalieri, 03/02/2007

Proibizionismo

Il ministro Amato ha esternato in merito della diffusione delle droghe e specificatamente della cocaina. Egli ha usato parole pesanti riferendosi alla ampiezza della diffusione della cocaina in Italia ed alla penetrazione del suo consumo in tutti gli strati sociali. Ha quindi concluso che la repressione da sola non basta ad evitare l’aumento del consumo della sostanza, nonostante l’impegno delle forze dell’ordine, impegno che si traduce in grossi sequestri della droga, in arresti, in sequestri patrimoniali, ecc..

Il proibizionismo anche questa volta non ha dato i frutti promessi. Più grave, molto più grave, sarebbe se, oltre a non dare vantaggi, la repressione avesse causato molti pesanti danni. Fra questi danni ho già citato in una mia precedente nota il radicamento di un’agguerrita criminalità organizzata e la presenza diffusa sul territorio di una criminalità "di necessità", costituita dai tossicodipendenti.

Ma ora mi interessa provare ad esaminare le motivazioni per cui quando qualcuno tenta di mettere in discussione il proibizionismo si alza immediatamente un muro di riprovazione. La parola che viene usata normalmente per frenare ogni ricerca di soluzioni nuove è "liberalizzazione". Stupisce, per inciso, che tale parola sia usata in senso totalmente negativo nel campo della droga, mentre in altri campi viene usata come panacea per tutti i mali.

Ho già accennato a questo argomento, facendo presente che non ci può essere alcuna possibilità di liberalizzare l’uso della droga in un paese in cui non è liberalizzato neppure l’uso degli antibiotici. Quindi si deve parlare di regolarizzazione e non di liberalizzazione.

Ma perché si alza il muro? Certamente una certa visione religiosa contribuisce alla chiusura totale verso ogni discussione in merito alle possibilità di modifica al proibizionismo. Sembrerebbe che i valori religiosi vengano presi non come linee guida morali, ma come regole pratiche da applicare con le leggi dello stato.

Ma ciò è vero nella realtà o è semplicemente uno specchietto per le allodole? Mi viene in mente in questo istante il detto: vizi privati e pubbliche virtù. Recenti inchieste giornalistiche hanno messo in luce che almeno alcuni membri del nostro parlamento fanno uso di droghe; inchieste giudiziarie sull’argomento hanno anche coinvolto, nel passato più o meno recente, membri di vari governi. Ma indipendentemente da questi fatti particolari la stima della percentuale dei cittadini italiani che hanno usato almeno una volta la cocaina è del 7-8%.

I membri del parlamento non sono marziani, ma cittadini italiani anch’essi. Una stima simile per il consumo di droghe dovrebbe valere anche per loro.

Ma allora perché quando si parla di consumo di droghe la quasi totalità dei nostri rappresentanti mostra una chiusura totale verso ogni discussione in merito ad una diversa impostazione del problema? Forse un esempio attuale serve a comprendere la situazione.

In questi giorni la discussione sui PACS ha acceso il dibattito parlamentare. Molti degli oppositori del progetto hanno fatto richiami ai valori della sacralità della famiglia tradizionale; peccato che fra di essi le situazioni familiari anomale fossero molto frequenti, con frequente presenza di convivenze, divorzi, ecc..

Non so se queste forme di ipocrisia politica dipendano da un’impostazione ideologica e non pragmatica, dall’influenza della chiesa cattolica in Italia, da valutazioni di opportunità politica o da che altro. Penso però che tali comportamenti non giovino certo alla chiarezza del dibattito politico e non aiutino la ricerca di soluzioni valide nel concreto.

Nel caso specifico dell’uso della cocaina, da parecchi decenni si sapeva che tale droga era ampiamente diffusa nelle classi più abbienti della popolazione; questa sostanza era considerata la droga dell’élite e molti VIP venivano comunemente indicati come consumatori di cocaina. Oggi il consumo della sostanza è aumentato, come ci dice il ministro, in maniera enorme. Cosa aspettano i nostri parlamentari per cominciare a discutere del problema droghe in maniera più concreta, senza ipocrisie, per tentare di dare nuove soluzioni a quello che è certamente nella pratica quotidiana uno dei più grossi problemi del paese?

Pietro Immordino

 

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