Moncalieri, 09/11/2007

Grillo, Santoro, gli altri e la realtà.

L’altra sera in pizzeria con pochi amici (ahi loro, teste pensanti) si discuteva delle reazioni agli show di Beppe Grillo e, più in generale, della situazione italiana. Voglio riprendere ed estendere alcune delle riflessioni fatte allora, nella speranza che queste mie note siano condivise non solo da loro, ma anche da molte altre "teste pensanti".

In ogni epoca e sotto qualsiasi regime il potere ha consentito l’esercizio di qualche forma di critica satirica o burlesca, esso potere intervenendo a schiacciare le critiche solo quando queste toccavano dei nervi scoperti o quando il potere vacillava. Basta pensare ai giullari di medioevale memoria, che si permettevano di dire ai loro signori cose che sarebbero costate la vita a chiunque altro.

Gli show di Grillo hanno toccato nervi scoperti o sono avvenuti in un momento di debolezza del palazzo o ambedue le cose?

Mi tornano alla mente a tal proposito le parole di Walter Veltroni, udite giorni orsono in radio: "oggi tutti invadono il campo di tutti e questo non è bene". Grillo ha invaso il campo della politica oppure, in assenza di autorevolezza della politica la gente è portata ad accogliere le bordate satiriche di uno showmen come proposte politiche? Ma, più in generale, l’idea che tutti abbiano invaso il campo di tutti descrive compiutamente la realtà italiana attuale?

Io penso che la realtà italiana sia alquanto diversa. La "partitica" (uso questo termine al posto di "politica", in quanto più appropriato al ragionamento che voglio sviluppare) ha invaso tutti i campi. Ai vertici di qualunque istituzione, organismo o rappresentanza ci si arriva solo per appartenenza o vicinanza ad un partito politico o, per i più abili, a più partiti politici; ma molto spesso anche per occupare posizioni molto più modeste è necessario "il santo in partito".

La selezione della classe dirigente italiana è progressivamente stata fatta sempre più in funzione dell’appartenenza e della fedeltà e sempre meno in funzione della capacità specifica dei selezionati. È interessante notare come l’appartenenza partitica fosse un elemento di selezione anche nella cosiddetta "prima Repubblica" fin dal suo nascere, ma le scelte così effettuate inizialmente tenevano conto anche delle capacità tecniche delle persone selezionate. Ad esempio, ricordo che quando seguivo gli studi universitari anche i professori la cui appartenenza era chiara risultavano comunque preparatissimi, cosa che invece, a detta delle mie figlie, non era più sempre vera nella generazione successiva.

Un’altra testimonianza personale deriva dalla conoscenza attraverso i contatti familiari dei rapporti intercorrenti fra la classe dirigente e i rappresentanti dei partiti, rapporti che nel tempo si sono quasi rovesciati. Mentre un tempo era il politico a cercare l’appoggio e a blandire gli esponenti illustri della società, ora ne salta completamente la mediazione e sempre più spesso si vedono persone di alta qualificazione con "il cappello in mano" davanti ai politici..

Non so se questo cambio dei rapporti relazionali è dovuto all’influenza dei media, tv in testa, o/e alla resa della classe dirigente, ma certamente ha prodotto effetti nefasti, con un abbassamento della qualità della nostra classe dirigente, che si ripercuote sull’efficienza complessiva della società.

Un discorso a parte meriterebbe la situazione della magistratura italiana, ma di questo magari mi occuperò un’altra volta.

Concludendo, è la partitica che ha invaso ogni campo della società. La politica ha il dovere e l’incombenza di dettare le regole generali che governano la società civile, ma i suoi rappresentanti invadono campi altrui quando pretendono di effettuare singole scelte tecniche che dovrebbero essere di competenza appunto tecnica.

Ma dubito che le piazze movimentate da Beppe Grillo possano cambiare la situazione: la caduta della prima Repubblica ha solo portato alla situazione politica attuale, che sta facendo rimpiangere a molti la precedente.

La situazione cambierà solamente con un impegno preciso e volitivo di tutta la classe dirigente italiana, che deve essere disponibile a sacrifici e rinunce nell’immediato e deve predere coscienza del suo valore e della sua indispensabilità. Solo così nessuno invaderà più i campi altrui e la politica tornerà nei suoi ambiti istituzionali.

 Pietro Immordino

 

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