Moncalieri, 23 novembre 2014

Giustizia e legalità

E' singolare come spesso ci sia confusione fra la parola “legge” e la parola “giustizia”. In realtà le due parole indicano due cose che possono essere molto diverse, anche se l'utopia vorrebbe che fossero la stessa cosa. Anche quando un tiranno mandava a morte un suo nemico si diceva: giustizia è fatta.

Nella pratica di ogni giorno la faccenda è ben diversa. La legge è sempre una serie di norme create, nel migliore dei casi, da un ristretto numero di persone, nell'intento di favorire le esigenze di una parte della popolazione nei riguardi di un'altra parte. Per estremizzare, una legge che condanna il furto è fatta per compiacere e rassicurare chi il furto lo teme, ma certamente non incontra il favore dei ladri abituali.

Quest'ultima è una evidente boutade, ma serve certo a far riflettere sul perché nascono ( e proliferano) le leggi. Il problema che, però, oggi voglio esaminare più in dettaglio è il modo in cui, certo non solo in Italia, nasce e viene amministrata la legge. Gli organi legiferanti ( i parlamenti, nei paesi democratici ) creano le nuove disposizioni di legge: e già qui si ha un primo intoppo. Generalmente i parlamentari non sono,in buona parte, tecnicamente capaci di produrre un buon testo di legge senza l'ausilio di esperti e, quindi, sostanzialmente dipendono da questi esperti per la stesura delle leggi stesse.

Ma perché un parlamento sente la necessità di mettere mano ad una nuova legge? Essenzialmente per due motivi: la pressione di gruppi organizzati ( e tali sono non solo le lobbies economiche, ma anche, ad esempio, i sindacati) e la reazione dell'opinione pubblica per qualche accadimento eclatante. In ogni caso una legge difficilmente nasce all'interno di una visione complessiva della società, ne, tanto meno, nell'intento di proteggere i più deboli nei confronti dei più forti.

Ci sono dei momenti particolari nella storia di un paese in cui si fanno delle leggi con una visione complessiva e generale della società, e questi momenti, in generale, coincidono con cambiamenti drastici, in presenza di forti motivazioni ideologiche. Per questo sono fermamente contrario ai cambiamenti costituzionali: ben diverso è l'attuale momento storico rispetto al dopoguerra e ben diverse sono le motivazioni dei legislatori.

Ma veniamo alle conseguenze del modo in cui nascono le leggi. Nel tempo si viene a creare un numero elevatissimo di disposizioni legislative, spesso di difficile lettura e qualche volta anche contraddittorie. Chi pensa che la situazione italiana sia particolarmente grave a questo riguardo, rifletta sulla situazione della tanta decantata giustizia degli USA, dove ogni singola sentenza fa testo per le successive. Il cittadino comune difficilmente si può districare in mezzo ad una legislazione complicata e pertanto ha la necessità di un esperto, un avvocato, per fare valere le sue ragioni o per difendersi, se accusato.

Da qui comincia la più lampante divaricazione fra giustizia e legge. Risulta infatti evidente a tutti come la possibilità da parte di alcuni di ptersi servire dei servigi di un avvocato molto costoso ed abile consente a costoro di fare valere le proprie ragioni in maniera assolutamente più efficace rispetto a chi un tale avvocato non può permettersi. Sappiamo bene quale è generalmente l'efficacia ed utilità per il proprio cliente di un avvocato d'ufficio rispetto ad uno strapagatissimo principe del foro. Un povero, nella nostra civiltà, non avrà mai difronte alla legge gli stessi diritti di un ricco.

Il giudice, in una situazione così complessa, assume un'importanza ancora maggiore di quella che già naturalmente ha: quando la legge diventa di difficile interpretazione, il giudice ha un'ampia libertà di decisione e pertanto la delicatezza del suo ruolo automaticamente ne accresce l'importanza sociale. Vorrei però precisare che il ruolo del giudice è sempre delicatissimo e che, quindi, dovrebbe essere ridotta il più possibile la sua possibilità di interpretare le leggi in maniera difforme da un caso all'altro. A tal proposito mi viene in mente che un principe del foro spesso era solito ripetere all'inizio di ogni vicenda giudiziaria: “In diritto non v'è certezza”. Questa affermazione, che certamente non è campata in aria vista la fonte, a me fa venire i brividi, anche se probabilmente ai giuristi risulterà ovvia. Io preferirei che ci fosse certezza , almeno nella maggior parte dei casi.

Un altro aneddoto che mi viene in mente è quello di un alto magistrato che aveva come sua frase preferita, espressa con un certo orgoglio: “Io ho sempre messo il fatto sotto l'ombrello del diritto e mai il diritto sotto l'ombrello del fatto”. Questa frase ricorda l'altra espressione “verità processuale”, detta spesso quasi in contrapposizione con “verità reale”. Tutto questo sta a significare che fra la giustizia e la legge spesso si scava un fossato.

L'impressione che alla fine viene fuori da quanto ho detto, ma specialmente dai fatti della vita reale, è che i processi legislativi, così come oggi concepiti, diano come risultato una serie di norme che siano più ad uso degli esperti, giudici ed avvocati in testa, che dei cittadini; che servano più ai ricchi e forti per sfuggire alle pene, che alle vittime per evitare ulteriori soprusi. La legge così assume l'aspetto di un elemento costrittivo invece che protettivo, come dovrebbe essere.

Non ho scritto tutto questo per fare una critica sterile, ma per arrivare alle conclusioni di come si può migliorare nel concreto la situazione. Certo, nessuno può pretendere che di colpo diritto e giustizia coincidano, ma questa può essere una sana utopia alla quale aspirare, con atti concreti per avvicinarsi ad essa. Le norme che regolano la vita civile sono tanto più efficaci, quanto più sono chiare e semplici. Per prima cosa, a questo proposito, suggerirei al Parlamento di fare leggere ad un cittadino di media cultura le leggi in itinere per vedere se questi riesce a capirne qualcosa! Quest'ultima è solo una provocazione, ma indubbiamente una maggiore chiarezza e leggibilità dei testi di legge è una cosa indispensabile.

In conclusione, uno sfoltimento delle leggi esistenti, una loro semplificazione ed un adattamento delle procedure alla reale esigenza di giustizia sono le cose necessarie. Per quanto riguarda le leggi, quanto ho detto risultava difficilissimo nel passato, ma oggi, nell'era del digitale, tale difficoltà è enormemente diminuita. Per quanto riguarda i procedimenti credo sia necessario “mettere un po' di più il diritto all'ombra del fatto”: invalidare un procedimento per un errore che non pregiudica l'accertamento dei fatti è una cosa assurda; in questi casi la cosa migliore è punire chi ha commesso l'errore e far continuare il procedimento.

Per finire, procedure più snelle e veloci, e non aumento sine die delle prescrizioni, sono le cose migliori per evitare vergogne simili a quella del processo per l'amianto a Casale Monferrato. Una sentenza che arriva parecchi decenni dopo i fatti, quando molti dei protagonisti magari sono già morti, non è giustizia.

Pietro Immordino

 

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